S. D'Alessandro - G. Damiani - R. Fondi - G. Marletta - G. Monastra - M. Sara
ALTRITESTISIMILI
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PRESENTAZIONE
Questo libro non affronta l'annoso conflitto
evoluzione creazione. Il titolo Dimenticare Darwin è un invito a
spostare l'attenzione su altri temi. Cercando la spiegazione dell'Evoluzione
nelle molecole, il biochimico ha dovuto constatare che «non sono le
differenze biochimiche che hanno generato la diversificazione tra gli
organismi» (Monod, 1977).
Con il confronto molecolare non sappiamo neppure
rispondere alla domanda (Cap.6) "Perché una mosca non è un cavallo?". Se un uomo ha quasi gli stessi geni di un topolino,
di un insetto o di un fiore, dove è allora la base genetica della nostra singolarità?
Il mistero della forma naturale e delle grandi differenze trai viventi è fuori
del DNA, in "campi" immateriali che prescrivono le forme nello
spazio.
Al di là delle molecole altri percorsi ci attendono, che incontrino il
senso, la bellezza e le meraviglie delle forme naturali, senza pretendere
l'ultima parola, e lasciandoci stupiti alla soglia del mistero. Dimenticando
Darwin, Sermonti ripercorre alcune di queste strade e invita il lettore a
seguirlo, a divertirsi, a perdersi e a ritrovarsi. Nel finale l'Evoluzionismo
è prospettato come una versione laica del Genesi biblico.
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Dalla
critica al darwinismo agli albori di una scienza nuova
Esattamente 10 anni
fa, il giornalista scientifico John Horgan, a lungo redattore presso
"Scientific American", pubblicava un saggio, The End of Science1,
che fece scalpore per il suo provocatorio annuncio di un'imminente "fine
della scienza", intendendo con questo l'apparente impossibilità, per lo
ricerca moderna, di indagare ancora oltre i limiti già raggiunti.
Secondo Horgan,
infatti, lo ricerca scientifica sarebbe oggi ad un punto di non ritorno, oltre
il quale i tradizionali sistemi d'indagine non avrebbero più alcuna utilità:
sarebbero incapaci, cioè, di aprire lo strada verso quella che è, in fin dei
conti, lo vera Meta verso lo quale ogni ricercatore in cuor suo tende, quella
che Horgan chiama La Risposta, il modello teorico capace di offrire una
chiave di lettura organica e soddisfacente del reale.
Secondo questa
pessimistica profezia, dunque, lo scienza del prossimo futuro si troverebbe
costretta alla resa di fronte all'insuperabile muro dell'ignoto: destinata ad
accontentarsi delle soluzioni trovate - lì dove esse sono state realmente
trovate - condannata a brancolare nel buio delle mere ipotesi o, peggio
ancora, ad essere ridotta al frustrante e pericoloso rango di ancilla
tecnologiae, meramente asservita agli interessi per nùlla speculativi e
spesso inquietanti dell'industria e del business economico.
Oggi tuttavia, a
diec'anni da quel provocatorio annuncio, molti si chiedono se lo tanto temuta fine
della scienza non possa considerarsi, piuttosto, come il travagliato awio
della nascita di una scienza nuova, tramite l'avvento di un diverso paradigma e
di una differente chiave di lettura della realtà.
Certo, i segni di
stasi e di involuzione che già spinsero Horgan a lanciare il suo clamoroso
annuncio sono a tuttora ben visibili: mai come oggi, anzi, una parte ancora
maggioritaria del mondo accademico sembra pigramente attardarsi su posizioni
datate, protetta solo dalla consolante ma sterile barriera del conformismo.
Al tempo stesso,
però, molti segni ci parlano di un cambiamento in atto, lento ma
straordinariamente profondo, che vede l'ingresso a pieno titolo, nell'ambito
scientifico, di paradigmi fino a ieri considerati eretici, ma che in un futuro
prossimo potrebbero semplicemente rivelarsi come rivoluzionari.
Durante il XX
secolo, ad esempio, si è assistito - con sorpresa e persino sgomento da parte
di taluni - al passaggio dalla fisica classica, rigidamente meccanicista, agli
orizzonti straordinariamente ampi della fisica quantistica, che coi suoi
paradossi ha messo in crisi i concetti stessi di materia e di causa/effetto.
Una rivoluzione questa solo a fatica addomesticata - e in qualche caso
semplicemente ignorata - dall'establishment accademico.
Al tempo stesso,
sul piano delle cosiddette "scienze umane", il vecchio materialismo ad
una dimensione di cui fu paladino e corifeo un Freud, ha dovuto cedere pian
piano il passo, causa inadeguatezza, alle più ampie prospettive di un Jung, di
un Hillmann o di un Frankl: prospettive che presuppongono, a loro volta, una
visione dell'uomo e dello stesso cosmo infinitamente più complessa e profonda.
Bisogna avere il
coraggio di domandarsi, dunque, se questa tanto temuta fine della scienza non
sia nient'altro, infondo, che la fine di un tipo di scienza,
identificabile essenzialmente con quel paradigma materialista/ meccanicista che
è figlio della filosofia dell'Ottocento. Un paradigma, questo, che si dimostra
ogni giorno sempre più limitato e incapace di offrire risposte soddisfacenti
alle domande che la stessa scienza moderna tende vieppiù a riscoprire. Ed è in quest'ottica
di superamento che va letto il grande fenomenooggi sempre più alla ribalta
nonostante gli ostruzionismi dell'ortodossia accademica - della critica
all'ipotesi neo-darwinista, ossia all'ultimo, grande dogma del
materialismo classico.
In effetti, la
cosiddetta teoria sintetica dell'evoluzione ha rappresentato per
decenni una vera e propria colonna portante della Weltanschauung materialistico-meccanicista:
il tentativo più completo e certamente ambizioso di ridurre la sorprendente
ricchezza e sconcertante complessità della materia vivente a mero riflesso del
Caso e della Necessità.
Per quasi un
secolo, infatti, il neodarwinismo ha diffuso universalmente una visione
paradossale della Natura vivente, dove ogni realtà o qualità, dalla grazia di
una piuma alla potenza di un muscolo, dalla perfezione tecnica di un organo
oculare all'astronomica complessità del cervello umano, non sarebbero altro che
il frutto di meri errori di trascrizione del DNA (le cosiddette
mutazioni casuali), addomesticate dal potere ritenuto
onnipotente della convenienza e dell'adattabilità (la cosiddetta selezione
naturale).
Questa visione
totalizzante e monolitica, potentemente sostenuta dal clima filosofico
dominante ancor prima che da intrinseche prove scientifiche, è però fatalmente
entrata in crisi parallelamente alla crescita delle conoscenze sulla natura
vivente, sulla genetica, sui fossili. Il modello neodarwinista, infatti, non
sembra capace di dare risposta alcuna all'irriducibile complessità delle forme
viventi, al ruolo che appare più conservativo che" creativo" della
selezione naturale, alla mancanza di documenti fossili che dimostrino
l'andamento "lento e progressivo" dell'evoluzione, al grande enigma
dell'apparizione della vita sulla Terra.
Anche il
neodarwinismo, dunque, al pari di altre visioni e ipotesi scaturite dal
meccanicismo ottocentesco, ha dovuto arrendersi di fronte ad una realtà che
appare, ogni giorno di più, totalmente altra rispetto ad ogni
riduzionismo. Da questo punto di vista, la critica al neodarwinismo finalmente
redenta dalla sterile contrapposizione tra "mastini" di Darwin e
improponibili fondamentalismi pseudoreligiosi - rappresenta la vera avanguardia
di un nuovo modo di intendere la natura e la scienza, in una chiave di lettura
organica e olistica, in cui la teoria dell'evoluzione, liberatasi da ogni forma
di "evoluzionismo" ideologico, si sposa alle più recenti prospettive
emerse dalla scienza moderna, su tutte la fisica quantistica.
Con questo numero
speciale "Avallon" ha voluto, per la prima volta in Italia,
presentare un'antologia di contributi, unica per varietà e qualità, delle più
interessanti correnti del post-darwinismo, da cui emerge una visione della
natura affascinante e straordinariamente ricca. Un'antologia che,
all'inevitabile pars destruens rappresentata dalla critica al vecchio
paradigma, fa seguire la necessaria pars costruens rappresentata da un
significativo excursus attraverso i nuovi paradigmi proposti.
La
Redazione è grata a Gianluca Marletta
per la composizione del presente fascicolo.
Note: 1. Trad.it. La fine
della scienza, Milano 1998